THE MAN WHO WHISPERS TO STONE

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Cosa starà mai facendo quest’uomo con delle pietre in mano  e con lo sguardo che accarezza blocchi in marmo?

Bene, vi svelo che quest’uomo si chiama Vito Maiullari, è un artista Altamurano  che conduce vita bucolica sulla Murgia, che parla alle pietre, e che,udite udite , è in grado di farle parlare col suono che sprigionano al tocco della sua mano.

What is this man doing, with stones in his hands and eyes caressing marble blocks?

Well,let me tell you that he’s Vito Maiullari, an artist living in Altamura that leads a bucolic life on Murgia landscape, that whispers to stones,and, hear carefully,he’s able to make stone speaking with the sound they release at the artist’s touch.

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Le sue opere sono pietre parlanti. In “vuoto di memoria”, un lungo blocco in marmo scavato all’interno, accostandosi alle estremità e parlando, il suono giunge perfettamente limpido :la materia,secondo Vito, conserva il tempo e questa la memoria. Sottraendo una parte di pietra, ne portiamo via anche tempo e memoria: sta a noi colmarle il vuoto con le nostre voci!

His operas can talk. In “empty of memory”,a  long marble stock dug inside,approaching next to the extremities and speaking,the sound cames perfectly on the other side: the material,according to Vito,keeps alive time and memory. Taking away part of it, we also remove time and memory: it must be us to fill in the empty with our voices !Image

La “pecora poltrona” è l’emblema della crisi dell’imbottito che oggi colpisce il triangolo del salotto : Vito ha nobilitato la pecora, l’animale per eccellenza della Murgia, dove il salotto ha sfondato, e dove rischia di perire, e la veste dei colori del mondo, della politica,dei giornali per dare un segnale di ricrescita.

The “sheep chair” is the symbol of sofa business crisis that hits the sofa triangle in South of Italy:  Vito has dignified the sheep, the animal par excellence on Murgia, where sofa companies famed and where they risk to die,and dresses it with the  colors of the world,politic,papers to give a sign of rise.

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Il nostro artista è un visionario vero e proprio: gioca con le parole ( l’opera Sasso-Sesso), accosta materiali improbabilmente compatibili, e soprattutto ritiene che il bello si possa percepire anche in ciò che,secondo il sentire comune, può generare ribrezzo. Vito è tutto questo: contraddizione, luci,ombre, e la voglia di “sentire” la pietra. Se sono riuscita a entusiasmarvi,come lui fa con me ogni volta che vado a trovarlo in laboratorio, non potrete non amarlo. E se vi capita di passare da queste parti,andate a trovarlo,lui ne sarebbe lieto: me ne accorgo dalla luce che ha negli occhi quando mi parla delle sue opere. La stessa luce del sole che scintilla sul suo marmo.

Our artist is a visionary:he plays with words (the opera Stone-Sex), combines  materials difficult to match together,and most important,he believes that beauty can be felt even in things that,according to common sense, are awful. This is Vito: contradiction, lights, shadows and the will of “feeling” stone. If I’ve thrilled you, as he does with me every time I visit his laboratory,you’ll love him. And if you’re here in Altamura, come visiting him,he would be happy:I understand  from the lights in his eyes when He talks about his operas. The same sunlight that brights on his murble. 

ANSELM REYLE FOR DIOR

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se dico Christian Dior, sicuramente la prima immagine a cui penserete è quella di una donna elegante, dall’aspetto classico ma malizioso allo stesso tempo, che passeggia per Place Vendôme guardando silenziosamente quelle prestigiose vetrine. Adesso invece pensate alle nuovissime avanguardie artistiche della capitale tedesca: sì, sto parlando di colori accesi e forme geometriche, sto parlando di Berlino, capitale europea del design. Vi starete chiedendo quale diavolo sia il nesso tra le due cose. Beh, la maison Dior ha deciso di rilanciare alcuni dei suoi pezzi più classici, in una veste del tutto inedita: borse, maxibags e makeup reinventati dall’artista berlinese Anselm Reyle. Una collezione fatta di colori shock, stampe mimetiche e materiali metallizzati che si incrociano con i simboli storici della griffe. Ritroviamo la celebre Lady Dior Bag con la particolare lavorazione matelassè che cambia direzione e da ortogonale diventa sbieca e eyecatching grazie alla colorazione block su fondo a contrasto. Ma la collezione prevede anche shopping bags in tela camouflage, la ormai iconica pochette Miss Dior, piccole clutches, portafogli e bauletti di diverse dimensioni, scarpe e gioielli. Insomma tutti gli accessori della donna Dior sono stati reinventati per stupire. Come se non bastasse Reyle ha pensato per la casa francese ad una capsule collection di makeup composta da due esclusivi pezzi: la Palette Fards à Paupières, anch’essa dall’aspetto camouflage sui toni del viola e grigio metallizzato, e uno smalto Dior Vernis disponibile in cinque intensissimi colori. Insomma, una collezione per delle vere art-addicted, che merita un nostro calorosissimo applauso: la moda è ovviamente già arte, ma la collezione firmata Anselm Reyle lo è molto di più.

Scopri l’intera collezione Christian Dior firmata da Anselm Reyle su:

http://www.diorpr.com/anselm_reyle/

When I say Christian Dior, your first thought will be the image of an elegant, classical, but malicious at the same time, woman walking in Place Vendôme silently looking at those amazing showcases. Now focalize your mind on the avant-gard art made in Germany: yes, I’m talking about strong colors and geometrical shapes, I’m talking about Berlin, European design’s capital. Sure you’re wondering what the hell is the link between these two things. Well, the Dior maison decided to relaunch some of its most famous and classical items in a completely new mood: purses, maxibags and makeup reinvented by the Berliner artist Anselm Reyle. A collection made of shock colors, camouflage textures and metalized materials mixed with the historical griffe’s symbols. You can find the famous Lady Dior Bag with the matelassè manufacture not horizontal anymore but diagonal and block colored, in contrast with the background. But in the same collection we could find also shopping bags made of camouflage canvas, the iconic Miss Dior pochette, small clutches, wallets and different sized polochon bags, shoes and jewels. All the female Dior’s accessories reinvented to surprise. But Reyle created also a little makeup capsule collection made by two exclusive items: the Fards à Paupières palette, a camouflage eyeshadows palette in purple and metalized grey, and a Dior Vernis nailpolish available in five different bright colors. Well, it’s a collection for real art-addicted women, that deserves a very warm applause: of course, fashion is art, but this collection by Anselm Reyle is more.

Discover the whole Dior’s collection by Anselm Reyle on:

http://www.diorpr.com/anselm_reyle/

 

 

 

DEATH, TIME AND THE SHADOW OF HISTORY: PETE WHEELER

Parliamo di pittura. Sembrerebbe un’arte banale al giorno d’oggi, periodo in cui è tutto multimediale e interattivo. Fermiamoci un attimo a riflettere sul fatto che a volte basta essere semplicemente lo spettatore di qualcosa e non per forza parte attiva di essa. Non è sempre necessario mettere le mani in pasta per apprezzare la buona arte. Certo stiamo comunque parlando di pittura contemporanea, perciò in modo seppur remoto, siamo parte attiva di essa, ma per una volta guardiamola semplicemente da lontano. Ammiriamola. Quella che oggi vi invito ad osservare è la raffinatissima arte di Pete Wheeler, un giovane artista neozelandese, di adozione tedesca (lavora infatti a Berlino) che ha ormai all’attivo circa 16 mostre personali in giro per il mondo. I temi che tratta sono fondamentalmente sempre quelli che siamo abituati a vedere: i problemi sociali, politici, i fondamentalismi religiosi. Ma quello che ci ha colpite di questo artista è la sua eleganza nel trasmettere l’immagine che ha in mente: le sue tele sono sempre velate di poesia, come se fossero istantanee dal sapore un po’ vintage che raccontano una storia, non semplicemente un fatto. Volti con gli occhi bassi, mani segnate, a volte solo degli aloni nascosti nell’oscurità, sembrano delle pagine di un romanzo contemporaneo, che lo spettatore è costretto a leggere in apnea, trattenendo il fiato fino a quando i colori tenui e velati e il nero brutale non si manifestino davanti ai suoi occhi come un’unica grande macchina in movimento, che non emette rumori, ma solo suoni elettronici e distorti, tuttavia decisamente armoniosi e ipnotici.

Let’s talk about painting. It could be a so trivial art today, because everything in the world is about multimedia and interactive activity. But stop for a moment and think about being just a spectator, not an active part of art. It’s not necessary to handle art to appreciate it. Of course we’re talking about contemporary art, so remotely we actually are part of it, but let’s watch it from the outside. Let’s admire it. Today I’m inviting you to observe the elegant art of Pete Wheeler, a young New Zealander artist who works in Berlin who has exhibited about 16 times all around the world. He works on classical themes: social issues, politics, religious fundamentalism. But the thing that we like in this artist is his elegance in communicating his ideal images: his canvas are softly covered by poetry, as old photographs which tell a story, not just a fact. Faces with lowered eyes, very marked hands, sometimes just hidden halos in the dark, look like the pages of a contemporary novel, that we are forced to read without breathing until the light colors and the strong black became as one huge machine that sounds like an electronic riff so harmonic and hypnotic.

 

 

 Wheeler è questo, ma è anche un pittore che denuncia una società piena di screzi ideologici come il neonazismo in Germania o il fondamentalismo islamico e lo fa con una mano infantile, naif, come se stesse semplicemente raccontando una favola per bambini che non ha raffronto nella realtà. A noi questo senso dell’umorismo un po’ macabro è piaciuto e ci è piaciuto l’uso quasi ritmico e ossessivo delle texture colorate nettamente in contrasto con l’oscurità dei temi trattati. E ci è piaciuto anche l’uso che Wheeler fa delle parole: versetti e sentenze quasi bibliche che si spogliano della loro veste lessicale per diventare immagini, soggetti necessari alla narrazione di queste storie. Storie di ordinaria follia, raccontate disfunzionalmente con inconsistenza. L’apologia delle tristi verità in veste evanescente. Tutta solo da guardare.

 

Wheeler is all these things, but he’s also a painter against all the society’s ideological frictions: neonazi in Germany or Islamic fundamentalism, for example. And he shows it in a very naïve way like a children storyteller who’s telling something absolutely not real. We liked this dark sense of humor and we liked the use of colored textures to represent these very dark and sad truths. We also liked the Wheeler’s use of words: verses and sentences almost bliblical that haven’t a lexical meaning anymore: they turn themselves into images, important subjects for telling these tales. Tales of ordinary madness, told with disjunction and inconsistency. It’s an apology of the sad truth in an evanescent dress. To watch only.

La prima personale di Pete Wheeler in Italia, “Path of destroyer”, è a Firenze fino al 28 Aprile 2012 presso la galleria Poggiali e Forconi. Non perdetevela!

http://www.poggialieforconi.it/itanuovo/activenews.asp?idcat=&idart=161&azione=list&layout=

You can visit the first personal exhibition of Pete Wheeler in Italy, called “Path of destroyer”, at Poggiali e Forcony gallery in Florence until 28th April 2012. Enjoy it!

http://www.poggialieforconi.it/engnuovo/activenews.asp?idcat=&idart=229&azione=list&layout

 

 

 

DRINK AND DO NOT OBEY

L’opera di Obey da “Ai Genovesi”, Venezia / Obey’s work at “Ai Genovesi”, Venice

Dunque, oggi vi spiegherò una cosa. Mi ritengo una persona fortunata perché vivo in una delle città più belle del mondo, Venezia. La cosa negativa è che per unapersona che vive in pianta stabile a Venezia, le cose da fare in uscita serale, dopo un po’ si esauriscono, e quindi finisci col ripetere in una sorta di loop tutte le tue esperienze, ogni sera. La cosa positiva, in questa cosa negativa, è che anche se alla fine ti ritrovi a bere uno spritz al solito baretto, quel solito baretto tende a cambiare di volta in volta. Probabilmente è perché si sente colpevole della monotonia, che poi monotonia non è, visto che i luoghi mutano. Comunque uno di questi simpatici baretti sopracitati si chiama “Ai Genovesi”: si tratta di un piccolo locale nei pressi del Mercato di Rialto che non reca alcuna insegna, ma che nell’immaginario comune è “il locale con le pareti completamente ricoperte da graffiti hearingiani” o anche “ai genovesi”. Beh, questo bar è uno dei più frequentati dagli studenti universitari, non solo perché propone uno squisito basiliquito (versione genovese del più famoso mohito, con l’ovvio scambio della menta col basilico) che d’estate si veste di succoso rosso fragola, ma anche perché è spesso scenario di simpatici eventi artistico-musicali. Oltre a vari djset che spaziano dal genere house, all’indie rock, al punk, il locale è spesso vetrina per artisti e fotografi più o meno famosi. Uno di questi, probabilmente il più degno di nota, o almeno quello che più ci si ricorda è  senza dubbio l’americano Shepard Fairey aka Obey. Probabilmente non vi dice nulla, ma mi basterà citare la sua opera più famosa per farvi capire che sto parlando dell’illustratore, graphic designer, street artist più famoso al mondo, insieme al britannico Banksy. Sto parlando del manifesto elettorale di Obama, quello rosso e blu con sotto scritte diverse, a seconda del messaggio. Sono certa che abbiate capito. In ogni caso eccolo qui. (Sì, sia Banksy che il nostro Obey sono altamente politicizzati, ma l’arte lo è sempre stata, quindi dov’è la novità?!) Nel 2009, Obey è venuto qui a Venezia e ha realizzato tre opere (legalmente, in via straordinaria!) che sono poi state battute all’asta, per raccogliere fondi per la salvaguardia dei beni artistici veneziani. Il proprietario de “Ai Genovesi” si è molto probabilmente accaparrato una delle opere, e l’ha posizionata nella saletta interna del proprio bar. Sì, so a cosa state pensando: sicuramente cozza alla grande con i graffiti di Hearings, ma che importa, è arte pura, che parla da sola, non avrebbe neanche bisogno del contesto. Obey è estremamente pop, ha bisogno di essere visto dalla gente, di non essere “intrappolato” in una galleria di nicchia, relegato ad un pubblico selezionato, Obey deve essere a contatto con la vita vera, con le chiacchiere, con la gente ubriaca e felice, o con la gente triste e solitaria. Un pubblico così è più facile incontrarlo in un bar, che in un museo, non trovate?! Ecco perché, se capitate da queste parti, vi invito a gustarvi una delle opere di Fairey, magari con un bel bicchiere di basiliquito in mano. Entrambe le cose faranno muovere gli ingranaggi del vostro cervello. Ne sono sicura.

 
Foto di apertura: Guido Vismara aka Dog
 

Well, today I’m gonna tell you something. I feel very lucky for living in a such beautiful city as Venice. The negative aspect is: when you’re stable living in this city, things to do when you go out end very soon, so you will start to do always the same things, night after night. The positive aspect in this negative aspect is: every night you will drink a spritz in the same bar, but that bar will change itself everytime. Maybe it’s because it feels guilty for offering always the same experience, even if is not always the same because it changes itself everytime. However one of these bars that I’m talking about is called “Ai Genovesi”: it’s a small place near the Rialto’s Market with no bunner outside, but it’s quite known as “the place with Hearings’ graffiti on the walls” or as “Ai Genovesi”. Well, this place is very usual for the university students, because is the house of the tasty basiliquito (a Genoa’s version of the more famous mohito, but with basil for mint) strawberry basiliquito all summer long,  and because there are a lot of artistic and musical event in it. A lot of house, indie rock, punk, and more djsets, and a lot of famous and infamous artists and photographers’ exibitions. Probably, the most important or maybe just the most famous artist that was there is the american Shepard Fairey. Maybe you don’t remember him, but I’m sure you remember this illustrator and graphic designer’s  most famous work: I’m talking about the Obama campaign’s icon, the red and blue wallet with different meaages on it. I’m sure you’ve got it. Anyway, here it is. (Yes, Obey, as the same as Banksy, is a politic street artist, but art’s always been politicized, so what’s new?!) In 2009, Obey came here in Venice and realized three works (legally, just for this time!) which were beaten at auction to raise money for venetian artistic heritage. The owner of “Ai Genovesi” bought one of these works and now he keeps it into his bar. Yes, I know, Obey’s work doesn’t match Hearings’ graffiti at all, but who cares, it’s pure art that speaks itself and doesn’t need anything to match with. Obey is so pop, he needs to be seen by everyone, by people. He doesn’t deserve to be “cought” in a gallery, seen just by selected few people. He needs to stay in touch with genuine life, with chats, with happy drunk people, or with a lonely and sad person. And you can find this kind of spectator in a bar more easily than in a museum, can’t you?! This is why, if you’re in town,  I invite you to discover Fairey’s arts, with a glass full of basiliquito in your hand. Both things will make your brain work. I’m sure about it.

Photography on top: Guido Vismara aka Dog

 

Guarda questo video: Obey parla di street art, Obama, Venezia:

Check this video out: Obey talking about street art, Obama, Venice:

http://www.youtube.com/watch?v=aV39tlmi-A4

L’INCUBO CIRCENSE DI CARSTEN HOLLER

@ MACRO, Rome

Atmosfera da nomadi circensi. Sarà che ho rivisto “Parnassus” pochi giorni fa, ma quando sono entrata nell’unico spazio visitabile al momento del piano terra del Macro (http://www.macro.roma.museum/), un piccolo malizioso sorriso ha illuminato il mio volto. Immaginate lo stupore nel vedere una stanza alta almeno dieci metri, con le pareti interamente coperte di illusioni ottiche in black&white, buia e vuota, occupata solo in un angolo da due giostre, di quelle con le seggioline dondolanti, illuminate di mille colori cangianti (anche grazie all’Enel Contemporanea, che ha sponsorizzato l’installazione). Sto parlando di “Double Carousel with Zöllner Stripes” di Carsten Höller, visionario artista contemporaneo, visibilmente influenzato dalle sue origini nordeuropee. L’intento, in cui è perfettamente riuscito, è quello di deformare la realtà percepita, disorientando il visitatore e trasportandolo in una dimensione onirica dal retrogusto un po’ dark e claustrofobico (mia madre non riusciva più a trovare l’uscita…beh, forse questo è un po’ troppo, me ne rendo conto.) Beh, insomma, questa atmosfera piuttosto circense, come ho detto prima, al limite tra incubo e realtà, ha, come direbbero gli americani,  made my day, nel senso che mi ha trasportata nelle mie nomadi fantasie oniriche, piene di lustrini, strani cappelli (che, si capisce, sono la mia passione), elefanti ed acrobati…praticamente mi sono lasciata solleticare dall’idea di abbandonare la mia vita per dedicarmi a quella, apparentemente sregolata, dell’artista di strada. L’unica cosa che mi ha fatto tornare bruscamente indietro, è stata immaginarmi con un’aderente tutina da contorsionista. Direi che la mia vita va benissimo così com’è.

Photography: T.Moramarco